ALDO COPPOLA / OLIVIERO TOSCANI

Cos’è l’Arte? Il vocabolario recita: “Qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva.”

campgna stampa 2019.jpgE la mostra “Aldo Coppola e Oliviero Toscani 1970 – 2019”, inaugurata il 27 febbraio all’interno del Brian&Barry Building in via Durini a Milano, esprime appieno questo concetto. Partendo dal piano terra per arrivare al terzo, passando all’interno dell’Atelier Aldo Coppola al primo piano, oltre 60 immagini fotografiche ideate dall’occhio visionario di Oliviero Toscani e modellate dalle mani di Aldo Coppola, raccontano una storia: soffermandosi a guardare attentamente il percorso figurativo, ci si trova all’interno di un mondo in continua evoluzione dove la costante è la bellezza della donna nella sua semplicità.campagna stampa 2015.jpg Una donna forte e fragile, una donna che cresce, che diventa consapevole della sua femminilità e della sua indipendenza. Una donna che ha vissuto i cambiamenti socioculturali di 40 anni di storia. Una donna che ha lottato per non perdere la sua identità, diventando così l’emblema della forza del nostro secolo. Ed è cosi che Oliviero Toscani e Aldo Coppola raccontano questa donna in ogni ritratto. Il percorso illumina le scale del Building grazie alle luci dei lightbox realizzati da GiPrint che riproducono scatti tratti da campagne storiche fino ad arrivare a quelle attuali, calendari e libri d’arte realizzati con L’Oréal Professionnel, partner fedele del brand e promotore della ricerca della bellezza in tutte le sue forme. Una mostra unica, aperta a tutti fino al 27 marzo, che vede due grandi nomi del nostro secolo ancora una volta insieme per raccontare il loro amore per la donna.

Annunci

A VISUAL PROTEST. The art of Banksy

Banksy, artista e writer inglese la cui identità rimane tuttora nascosta, è considerato uno dei maggiori esponenti della street art contemporanea. Le sue opere sono spesso connotate da uno sfondo satirico e trattano argomenti universali come la politica, la cultura e l’etica. L’alone di mistero che, per scelta e per necessità, si autoalimenta quando si parla della figura di Banksy lo fa diventare un vero e proprio mito dei nostri tempi. La sua protesta visiva coinvolge un vastissimo ed eterogeneo pubblico e ne fa uno degli artisti più amati dalle giovani generazioni.
Sono già state organizzate diverse mostre su Banksy presso gallerie d’arte e spazi espositivi, ma mai un museo pubblico italiano ha ospitato finora una sua monografica. Il MUDEC-Museo delle Culture di Milano per la prima volta ospita all’interno delle sue sale una retrospettiva sull’artista inglese.th.jpg
Una mostra non autorizzata dall’artista, come tutte quelle a lui dedicate prima d’ora, in quanto Banksy continua a difendere il proprio anonimato e la propria indipendenza dal sistema.
“A Visual Protest. The Art of Banksy”, in mostra al MUDEC è un progetto espositivo curato da Gianni Mercurio, che raccoglierà circa 80 lavori tra dipinti, prints numerati (edizioni limitate a opera dell’artista), corredati di oggetti, fotografie e video, circa 60 copertine di vinili e cd musicali da lui disegnati e una quarantina di memorabilia (litografie, adesivi, stampe, magazine, fanzine, flyer promozionali, che racconteranno attraverso uno sguardo retrospettivo l’opera e il pensiero di Banksy. Un percorso a suo modo accademico e insolito, ma coerente con la mission di un museo come il MUDEC, ovvero quella di fornire a ogni fascia di pubblico le chiavi di lettura per comprendere (e apprezzare) le culture del mondo e i grandi temi della contemporaneità attraverso tutte le arti visive, performative e sonore.th.jpg
In linea con i principi di fruizione delle opere dell’artista non sono presenti in mostra suoi lavori sottratti illegittimamente da spazi pubblici, ma solo opere di collezionisti privati di provenienza certificata.
Si illustrano i “movimenti” che hanno utilizzato una forma di protesta visiva attraverso la fusione di parole e immagini e con un’attitudine all’azione, a cui Banksy fa riferimento esplicitamente per modalità espressive: dal movimento situazionista degli anni ’50 e ’60, con il quale Banksy condivide l’attitudine sperimentale e l’attenzione sulle realtà urbane, alle forme di comunicazione ideate e praticate dall’Atelier Populaire, il collettivo di studenti che nel maggio del 1968 diffuse attraverso centinaia di manifesti i temi della protesta sui muri di Parigi; fino ad arrivare ai lavori dei writers e dei graffitisti di New York degli anni ’70 e ’80, multiculturali e illegali per vocazione e dal forte senso di appartenenza comunitaria. Come gli street artists della sua generazione Banksy accentua il contenuto dei messaggi politici e sociali in maniera esplicita, spostando il messaggio dalla forma al contenuto.
Questi aspetti emergeranno come fondanti dell’arte di Banksy nel corpus di opere presentate in mostra, che saranno suddivise per generi e temi , come ad esempio l’idea e la pratica della serialità e della riproducibilità dei lavori riferiti a Warhol (tra i quali i ritratti di Kate Moss o le serie “Tesco”, in cui utilizza il marchio della grande catena di distribuzione britannica alla maniera di Campbell’s Soup) o del détournement, in cui Banksy interviene su copie di opere esistenti e spesso universalmente conosciute, con l’inserimento però di alcuni elementi stranianti che ne modificano il significato.
Attraverso la lettura dei lavori saranno quindi illustrate le strategie, il senso e gli obiettivi dei suoi messaggi e la sua cifra stilistica , data dalla tecnica dello stencil, affinata da Banksy con il duplice scopo di poter eseguire i lavori illegali con una notevole velocità e allo stesso tempo renderli più elaborati.
Una speciale sezione video racconterà al pubblico i murales che Banksy ha realizzato in diversi luoghi del mondo, tuttora esistenti o scomparsi, evidenziando così quanto il Genius loci sia un aspetto fondamentale nel suo lavoro: molti lavori nascono infatti anche semplicemente in funzione dei e per i luoghi in cui sono realizzati.
Il messaggio di Banksy e la sua arte si manifestano come un’esplicita e mordace provocazione nei confronti dell’arroganza dell’establishment e del potere, del conformismo, della guerra, del consumismo.

____________________________________________________________________________________________

Una mostra davvero insolita e originale in cui spiccano le opere più note di questo artista di cui non si conosce l’identità. Molto interessante e coinvolgente il suo modo di protestare attraverso l’arte contro le guerre, il consumismo, i mali e gli errori della società moderna.
Il percorso si chiude con uno spazio multimediale in cui vengono evidenziate le località sparse in tutto il mondo dove l’artista ha espresso la sua ribellione e denuncia con i suoi intensi murales.

 

Milano, Mudec, dal 21 novembre 2018 al 14 aprile 2019


ORARI:

Lunedì: 14.30–19.30; Martedì, mercoledì, venerdì e domenica: 9.30-19.30; Giovedì e sabato: 9.30-22.30

DREAM BEASTS

Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia presenta per la prima volta in Italia le opere dell’artista olandese Theo Jansen, conosciuto in tutto il mondo per le sue gigantesche installazioni cinetiche Strandbeest (“animali da spiaggia”), creature ibride dall’aspetto zoomorfo che si muovono sfruttando la spinta del vento. Da mercoledì 20 febbraio a domenica 19 maggio i visitatori del Museo potranno ammirarle nella mostra Dream Beasts. Le spettacolari creature di Theo Jansen.Theo_Jansen_Dream Beasts©Paolo_Soave-MuseoNazionaleScienzaTecnologia_0030.jpg
Jansen, dopo un periodo di studi in Fisica applicata alla Delft University of Technology, nel 1990 inizia a dedicarsi al progetto Strandbeest. Le sue opere possono sembrare scheletri di animali preistorici o enormi insetti. Sono invece gigantesche sculture animate fatte di materiali di epoca industriale: tubo flessibile in plastica, filo di nylon e nastro adesivo. Nascono come algoritmi e non richiedono motori, sensori o tecnologie avanzate per spostarsi: si muovono grazie alla forza del vento e dell’aria caratteristiche della costa olandese, loro habitat naturale. Nel corso degli anni le Strandbeest realizzate da Jansen si sono evolute seguendo un processo di selezione che ne fa quasi una nuova specie animale costruita dall’uomo.Theo_Jansen_Dream Beasts©Paolo_Soave-MuseoNazionaleScienzaTecnologia_0036.jpg
L’esposizione, ospitata nel padiglione Aeronavale del Museo, ha l’intento di portare il pubblico a confrontarsi, anche a livello emotivo, con i valori di innovazione e sostenibilità comunicati dalla ricerca dell’artista. I visitatori potranno passeggiare accanto a 13 di queste imponenti creature e apprezzare i loro movimenti così sorprendentemente naturali.
Definito dalla critica internazionale “un moderno Leonardo da Vinci”, Theo Jansen ama coniugare il sapere scientifico a suggestioni di carattere umanistico, spaziando da sperimentazioni sulla cinetica e la meccanica all’esaltazione della natura e della bellezza. Questa sintonia con lo spirito di Leonardo rende Jansen culturalmente vicino all’identità del Museo, che ha nel suo Dna il dialogo fra arte e scienza e che ha scelto di proporre l’opera dell’artista olandese ai suoi visitatori proprio nell’anno dedicato alle celebrazioni vinciane.

 

RESILIENT

L’esposizione a cura di Alessandra Mauro raccoglie, per la prima volta in una mostra, circa quaranta fotografie che raccontano i reportage realizzati da Marco Gualazzini in Africa dal 2009 al 2018.ff44f67d-4802-49d5-b65e-3aa5163c9c61.jpg La resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento; Marco Gualazzini nel suo lavoro cerca di testimoniare in che modo il continente africano reagisca ai problemi e alle crisi che lo flagellano con una capacità di resilienza straordinaria e insieme drammatica. Le immagini in mostra sono il frutto di un lungo lavoro di quasi dieci anni che hanno portato l’autore ad esplorare l’Africa alla ricerca di storie e vicende inedite. Storie che nessuno vorrebbe sentire.
È il caso delle sue immagini del Congo, paese piegato dalle credenze popolari e dal rapporto tra religione e stregoneria, dove chi soffre di malattie mentali viene tuttora considerato un indemoniato e lo stupro è usato come arma di guerra (ogni anno vengono stuprate 15.000 donne) o il Mali tormentato dalla guerra e dalle
infiltrazioni islamiste nell’Africa subsahariana. Nei suoi reportage Gualazzini documenta le condizioni del Sudan del Sud e della Somalia, uno tra i paesi più pericolosi e meno accessibili per stranieri e giornalisti. Durante il suo ultimo viaggio, nel 2018, il fotografo ha testimoniato la grave crisi umanitaria in corso lungo il bacino del lago Ciad, dovuta alla desertificazione come conseguenza del cambiamento climatico. Le immagini, di grande forza compositiva e impatto giornalistico, compongono un racconto fotografico straordinario e importante e ci regalano uno sguardo ravvicinato, partecipe e attento, sulla nostra realtà.

Forma Meravigli Via Meravigli 5 Milano

ALMOST BLUE

“ALMOST BLUE” prende il nome dalla nota canzone di Elvis Costello, interpretata magistralmente dal jazzista americano Chet Baker. In questo caso, però, a venire raccontate sono due città: Jodhpur (India) e Chefchaouen (Marrocco) che, sebbene si trovino in continenti diversi, a 7.357 km l’una dall’altra, hanno come denominatore comune il colore blu. _MG_0507.jpgLa mostra, infatti, presenta il viaggio del giovanissimo fotografo freelance Daniele Frediani alla scoperta di questi due centri abitativi geograficamente e culturalmente molto distanti, ma resi entrambi inconfondibili dal caratteristico colore blu intenso dei loro edifici. Frediani racconta la sua esperienza in questi luoghi dal sapore quasi surreale in un’esposizione artistica dallo stile foto-giornalistico, che focalizza l’attenzione sull’essere umano e l’ambiente in cui si trova. In questo modo il visitatore del percorso fotografico può entrare in contatto con le bellezze e i volti di due realtà così diverse fra loro e dalla nostra. L’artista sarà presente all’inaugurazione della mostra, dove avrà modo di interloquire con il pubblico e di rispondere ad eventuali quesiti che gli verranno posti.

 ALMOST BLUE”, fotografie di Daniele Frediani

SPAZIOKAPPA32, Via Kramer 32, 20129, Milano

INAUGURAZIONE: sabato 16 febbraio 2019, ore 18.30

PERIODO ESPOSIZIONE: 16 febbraio 2019 – 23 febbraio 2019

ORARI: lun-dom., h 15.00-19.00

INGRESSO LIBERO

MOVIMENTO SKIN

Vesna Pavan, artista poliedrica di origine friulana, torna a Milano, sua città di adozione, con il secondo capitolo della mostra “Movimento Skin” che verrà inaugurata martedì 22 gennaio alle ore 18:00, all’interno della Galleria Pace, in Piazza San Marco 1, e resterà in permanenza fino al 31 gennaio con il seguente orario di apertura al pubblico:
da martedì a venerdì dalle ore 10:00 alle ore 12:30 e dalle ore 15:30 alle ore 18:30, chiuso lunedì e festivi.Skin Particolare rid.jpg

L’esposizione, già presentata a stampa ed addetti ai lavori lo scorso 26 ottobre nello storico ex studio di Piero Manzoni in Via Fiori Chiari 16 a Milano, comprende una una nutrita serie di opere appartenenti al ciclo Skin, frutto di una sperimentazione pittorica elaborata dall’artista nel 2014, dopo tre anni di ricerca sui materiali. Il prof. Carlo Franza, che firma anche il catalogo, descrive la Pavan come una personalità artistica forte e complessa, intellettuale e creativa, oggi consacrata come una delle figure più importanti della storia dell’arte contemporanea.
“Un’artista che oggi è stata messa alla stregua delle avanguardie degli anni ’50, con le Opere Monocrome SKIN, guardando a quel mondo pittorico dell’America-Type Painting, che tocca Burri, Pollock, Gorky, Kline, Hoffmann, Oldenburg e Rauschenberg, innescando e facendo propria un’atmosfera internazionale di cultura e di poetica. Vesna Pavan con i suoi monocromi materici ha concepito la pittura come una continua mediazione e tensione tra lo spazio e la superficie, esplorando così la funzione spaziale del colore che sborda, riannodando la lezione di Arshile Gorky e distruggendo quasi lo spazio. Andiamo oltre lo spazialismo Fontaniano; Vesna crea un Neo spazialismo in un gioco di infinito dove le aperture generano ombre e penombre, in una riflessione continua sull’esistere. Iniziatrice di una sorta di ermetismo sintomatico che racconta come con il colore, lo spazio e l’immagine, l’opera possa vivere un’esistenza autonoma, come accadimento.
Le scosse emotive dell’artista Vesna Pavan ci consegnano con gli “skin” una lezione di altissimo livello, dove la pittura è pelle, corpo, materia, luce e colore, e segna l’incipit della nuova Avanguardia del terzo millennio”
La Galleria Pace (www.galleriapace.com) è una galleria d’arte, casa d’asta e casa editrice situata nel cuore di Brera. Vanta oltre 65 anni di attività, durante i quali ha realizzato innumerevoli mostre personali, collettive e manifestazioni culturali dedicate ai maggiori esponenti dell’arte internazionale.
Vesna Pavan, pittrice ed Art Designer, è diplomata presso la scuola d’Arte e Mosaico a Spilimbergo. La prima mostra personale risale al 1992.
Negli anni ha collaborato con stilisti, aziende e architetti di fama internazionale, tra cui Elio Fiorucci, Fondazione Maimeri, Jacuzzi e Porsche…
Le sue opere si trovano in musei, collezioni private e pubbliche in Europa, Russia e Stati Uniti.
Le informazioni sull’intera produzione artistica di Vesna Pavan e le foto in alta definizione sono disponibili sul sito: www.vesnapavan.com

STEVE McCURRY ANIMALS

Nasce MUDEC PHOTO, il nuovo spazio espositivo del Museo delle Culture dedicato alla fotografia d’autore, che completa l’offerta di un museo nato solo nel 2015. MUDEC PHOTO è un progetto che coniuga la più alta ricerca e indagine artistica con la capacità di narrazione innata tipica della cosiddetta “ottava arte”. Due grandi mostre temporanee all’anno e una serie di attività legate al mondo della fotografia animeranno lo spazio a partire dal 16 dicembre 2018.
Il Comune di Milano-Cultura, MUDEC e 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, in collaborazione con SUDEST57, hanno deciso di affidare al genio e alla sensibilità del grande fotografo americano Steve McCurry l’apertura di MUDEC PHOTO presentando al pubblico Animals, un progetto espositivo appositamente creato per il Museo delle Culture, a cura di Biba Giacchetti, che rimarrà aperto al pubblico fino al 31 marzo 2019.image001.jpg
Gli animali saranno infatti i protagonisti di 60 scatti iconici, tra famosi e meno conosciuti che racconteranno al visitatore le mille storie di vita quotidiana che legano indissolubilmente l’animale all’uomo e viceversa. Un affresco corale dell’interazione, della condivisione, che tocca i temi del lavoro e del sostentamento che l’animale fornisce all’uomo, delle conseguenze dell’agire dell’uomo sulla fauna locale e globale, dell’affetto che l’uomo riversa sul suo “pet”, qualunque esso sia.
Il progetto Animals origina nel 1992 quando il fotografo Steve McCurry svolge una missione nei territori di guerra nell’area del Golfo per documentare il disastroso impatto ambientale e faunistico nei luoghi del conflitto. McCurry tornerà dal Golfo con alcune delle sue più celebri immagini “icone”, come i cammelli che attraversano i pozzi di petrolio in fiamme e gli uccelli migratori interamente cosparsi di petrolio. Con questo reportage vincerà nello stesso anno il prestigioso Word Press Photo. Il premio fu assegnato da una giuria molto speciale, la Children Jury, composta da bambini di tutte le nazioni.
Da sempre, nei suoi progetti Steve McCurry pone al centro dell’obiettivo le storie legate alle categorie più fragili: ha esplorato, con una particolare attenzione ai bambini, la condizione dei civili nelle aree di conflitto; ha documentato le etnie in via di estinzione e le conseguenze dei cataclismi naturali. A partire da quel servizio del ’92 ha infine aggiunto, ai suoi innumerevoli sguardi, quello empatico verso gli animali. Animali come via alla sopravvivenza (gli animali da lavoro), animali talvolta sfruttati come unica risorsa a una condizione di miseria, altre volte amati e riconosciuti come compagni di vita per alleviare miserie, o semplicemente per una forma di simbiotico affetto; sempre in uno spirito da esploratore delle relazioni umane. Per creare la mostra Animals autore e curatrice hanno lavorato all’unisono addentrandosi nell’immenso archivio del fotografo per selezionare una collezione di immagini che raccontassero in un unico affresco le diverse condizioni degli animali. Il percorso della mostra lascia al visitatore la massima libertà, pur fissando un’invisibile mappa articolata su diversi registri emotivi, in grado di alternare le immagini più impegnative ad altre di grande leggerezza e positività. Immagini dure, dove la natura, quando si scatena, segna e cambia definitivamente la morfologia del territorio; immagini di animali che ci raccontano in realtà storie di sopravvivenza umana; ma anche racconti più soavi, poetici o ironici, come i ritratti di animali, fieri protagonisti in simbiotica posa con i loro padroni.

ADORAZIONE DEI MAGI

Adorazione dei Magi, Perugino
Milano, Palazzo Marino, Sala Alessi
1 dicembre 2018 – 13 gennaio 2019Adorazione dei Magi - LD

Giunto alla sua undicesima edizione, il tradizionale appuntamento natalizio con l’arte di Palazzo Marino torna in Sala Alessi con un nuovo capolavoro, questa volta realizzato da Pietro Cristoforo Vannucci meglio noto come il Perugino (Città della Pieve, circa 1450 – Fontignano, 1523). L’opera, concessa eccezionalmente in prestito dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, è l’Adorazione dei Magi, realizzata dall’artista intorno al 1475.
L’Adorazionedei Magi è  un’opera complessa e affascinante, che riassume tutte le suggestioni di cui Pietro poté nutrirsi durante gli anni di formazione trascorsi a Firenze nella bottega del Verrocchio, fianco a fianco con quelli che sarebbero stati, insieme a lui, fra i più grandi protagonisti dell’arte del Rinascimento, da Domenico Ghirlandaio a Sandro Botticelli, da Lorenzo di Credi a Leonardo da Vinci.
L’esposizione a Palazzo Marino è curata da Marco Pierini, Direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, che grazie a questa iniziativa ha potuto procedere al restauro dell’opera prima del suo trasporto a Milano.
L’”Adorazione dei Magi” del Perugino potrà essere ammirata in Sala Alessi, come sempre con ingresso libero, dall’ 1 dicembre 2018 al 13 gennaio 2019.
L’ingresso alla Sala Alessi sarà libero, tutti i giorni dal 1 dicembre al 13 gennaio 2019. I visitatori saranno ammessi in mostra in gruppi e accolti da storici dell’arte, coordinati da Civita, che faranno da guida nel percorso espositivo.
Nel quadro della collaborazione con la Regione Umbria, anche quest’anno il Comune di Milano ospiterà a Natale, come sempre nel cortile di Palazzo Marino, il presepe della tradizione umbra.

MILANO E IL CINEMA

L’esposizione analizza il rapporto tra il capoluogo lombardo e lo sviluppo dell’industria cinematografica, dalle prime sperimentazioni degli anni Dieci all’epoca d’oro degli anni Sessanta, fino alle produzioni più recenti con la nascita di un genere-commedia tutto milanese che ha visto affermarsi artisti del calibro di Renato Pozzetto, Adriano Celentano, Diego Abatantuono, Aldo, Giovanni e Giacomo, e molti altri. In mostra fotografie, manifesti, locandine, contributi video e memorabilia che aiutano a rievocare una storia irripetibile e a ripercorrere questa epopea.cinema.png
Prima che il regime fascista concentrasse le grandi produzioni cinematografiche nelle nuove strutture romane di Cinecittà, Milano ha rappresentato il centro nevralgico delle prime sperimentazioni in Italia, luogo di fiorente innovazione, creatività e capitale della nascente industria filmica. Negli anni Trenta, la costruzione dei teatri di posa capitolini e il conseguente trasferimento nella Capitale delle attività produttive provocarono una perdita di centralità del capoluogo lombardo all’interno della produzione cinematografica. Occorre aspettare gli anni Cinquanta-Sessanta perché Milano si trasformi lentamente in set di innumerevoli pellicole che cercavano di cogliere nei cambiamenti repentini della città l’essenza stessa della modernità. Da Miracolo a Milano a Rocco e i suoi fratelli, da La Notte a Il posto, si contarono a decine le produzioni che immortalarono le atmosfere cittadine e catturarono l’incanto e le contraddizioni di una metropoli che evolveva a ritmi vertiginosi.
Nonostante avesse perso il primato produttivo, agli inizi degli anni Sessanta, Milano seppe convertirsi nel luogo ideale dove sviluppare due nuovi filoni cinematografici: quello pubblicitario, che avrà la sua più clamorosa espressione in Carosello e quello industriale, che vedrà protagoniste aziende del calibro di Pirelli, Breda, Campari, Edison tra le altre, teso a valorizzare le realtà imprenditoriali attraverso lo sfruttamento del linguaggio cinematografico. Dopo la stagione dei poliziotteschi degli anni Settanta, che proprio nel capoluogo lombardo troveranno il set ideale, gli ultimi decenni vedranno proliferare la commedia in salsa meneghina con protagoniste figure entrate di diritto nell’immaginario di tutti.

“MILANO E IL CINEMA” è il nuovo appuntamento espositivo a Palazzo Morando | Costume Moda Immagine di un percorso iniziato con “Milano tra le due guerre. Alla scoperta della città dei Navigli attraverso le fotografie di Arnaldo Chierichetti” (2013) e proseguito con “Milano, città d’acqua” (2015) e “Milano, storia di una rinascita. 1943-1953 dai bombardamenti alla ricostruzione” (2016) e Milano e la mala (2017). Questa serie di iniziative racconta il capoluogo lombardo a partire dalla sua storia, dalla sua specificità, dalle sue vicende sociali, capaci di trasformare in modo radicale il volto della città.

Palazzo Morando |Costume Moda Immagine, spazi espositivi piano terra, via Sant’Andrea 6, Milano

Orari:
Martedì-domenica: 10.00-20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Giovedì: 10.00-22.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

 

PAUL KLEE

La mostra Paul Klee. Alle origini dell’arte, a cura di Michele Dantini e Raffaella Resch, presenta un’ampia selezione di opere di Klee sul tema del “primitivismo”, con un’originale revisione di questo argomento che in Klee include sia epoche preclassiche dell’arte occidentale (come l’Egitto faraonico), sia epoche sino ad allora considerate “barbariche” o di decadenza, come l’arte tardo-antica, quella paleocristiana e copta, l’Alto Medioevo; sia infine l’arte africana, oceanica e amerindiana. La mostra, presenta un centinaio di opere dell’autore, provenienti da importanti musei e collezioni private europee, e conterà su una consistente collaborazione del Zentrum Paul Klee di Berna. L’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al 3 marzo 2019.Klee_Senza_Titolo@Image_archive_Zentrum_Paul_Klee-485x420.jpgth.jpg
Il concetto di “primitivismo” in Klee assume connotazioni diverse rispetto a quelle comunemente utilizzate a proposito delle avanguardie storiche. L’interesse per tutto quanto, in arte, è “selvaggio” e “primitivo” si desta in Klee in coincidenza con il suo primo viaggio in Italia e la scoperta dell’arte paleocristiana a Roma, tra l’autunno del 1901 e la primavera del 1902.
Le sezioni in cui è suddivisa la mostra spaziano dalla caricatura al periodo in cui Klee si definisce anche “illustratore cosmico”; a un primitivismo di tipo “epigrafico”, la cui sezione di riferimento non a caso verrà intitolata “alfabeti e geroglifiche d’invenzione”.

Una sezione è dedicata al teatrino di marionette che Klee aveva costruito per il figlio Felix, a testimonianza del suo interesse per l’espressività infantile e quindi per le origini primordiali dell’arte che l’autore, coerentemente con il suo tempo, riteneva dovessero cercarsi nelle espressioni artistiche di alcune popolazioni di interesse etnografico. Insieme a esemplari di marionette verrà presentata una selezione delle opere etnografiche del MUDEC. I manufatti extraeuropei, lungi dal fornire un elemento di comparazione diretta con i lavori di Klee, riferiscono di come l’artista si sia avvicinato, abbia corrisposto con l’universo fantastico, antropologico e stilistico delle arti extraeuropee.Klee_Angelo_in_divenire@Image_archive_Zentrum_Paul_Klee-417x420
Infine, la sezione dedicata a “policromie e astrazione” designa un diverso insieme di opere, caratterizzate, oltreché dal rigoroso disegno geometrico per lo più associato a motivi architettonici, dalla trasparenza di differenti velature di colore.
Klee viene quindi presentato sia attraverso le sue opere astratte e policrome, conosciute e amate dal grande pubblico, sia attraverso i suoi meno noti lavori caricaturali; al tempo stesso, puntuali ricerche sulle fonti, sui repertori iconografici e formali e sui documenti testuali danno conto della complessità del sostrato culturale dell’artista, della vastità della sua produzione e dell’ampiezza delle tecniche da lui utilizzate.

La mostra ben organizzata e strutturata, espone le opere di Klee con cura nei dettagli, evidenziando in particolare il legame tra l’artista e le culture tribali e primitive che lo hanno sempre affascinato portandolo a rappresentare il colore con tonalità ispirate ai toni caldi, tipici dei paesi africani e di terre lontane.
Mudec – Museo delle Culture

via Tortona 56, Milano